ERASEHEAR #1 w/ Coco Modo (March2021)

Il cinema è un’arte audiovisiva e su questo possiamo essere tutti d’accordo.

Allora perché, quando viene citato, viene citato solo attraverso le immagini?

Da brava edgy mancata Coco Modo trasforma le sua velleità in progetto politico e vi accompagna in un viaggio attraverso dei percorsi tematici sonori ripercorrendo talvolta dei momenti storici significativi per il cinema, talvolta esplorando dei generi o delle determinate influenze culturali e il loro specchio sul mondo.

Per testimoniare che non facciamo le cose proprio proprio a casaccio troverete per ogni puntata un piccolo pamphlet digitale in cui troverete le informazioni sulle scene estratte e sul tema della puntata.

CAPITOLO 1. “You ain’t heard nothing yet”

Nel 1927 usciva quello che è passato alla storia come il primo film sonoro.

Si trattava de “Il cantante di Jazz”, prodotto dalla Warner Bros.

In realtà la storia è più complicata di così.

L’idea di un cinema sonoro era nata con la stessa nascita del cinema, tant’è che non vi era nickelodeon o più tardi sala cinematografica che non si avvalesse di un qualche tipo di accompagnamento musicale. In alcune sale, addirittura, delle figure apposite recitavano “live” le battute degli attori.

Il film della Warner Bros non è il “punto di arrivo”, anzi è il punto di partenza.

Non è neanche un film totalmente sonoro, un “100% talkie” di quelli che poi il pubblico chiederà a gran voce.

La grande novità di questo film inoltre non sono le canzoni registrate, a cui il pubblico era abituato, ma le parole ormai storiche pronunciate da Al Jolson, “You ain't heard nothing' yet”.

Il successo fu enorme.

Il primo film “100% talkie” infatti venne solo l’anno dopo con “The lights of New York” di Bryan Foy, sempre con la Warner Bros, che dominava il mercato con il suo “Vitaphone”.

La WB aveva acquistato questa nuova tecnologia dalla Western Electric nel 1925 pensandolo inizialmente come un’alternativa meno costosa agli spettacoli dal vivo e l’anno dopo lo aveva inaugurato realizzando quattro cortometraggi.

L’introduzione del sonoro coincise (o meglio, venne fatta coincidere, visto che la transizione al sonoro venne completata negli stati uniti intorno al 1932) con la celeberrima crisi di Wall Street e la successiva grande depressione; i talkies divennero quindi un metodo per rivitalizzare il cinema e convincere le persone a spendere una parte dei loro scarni risparmi “going to the movies”.

CAPITOLO 2. “The sound Barrier”

Ma il sonoro fu veramente un passo avanti per il cinema? Agli inizi, non proprio.

Infatti per registrare il suono si doveva insonorizzare la macchina da presa con un involucro detto “sarcofago”, a dir poco ingombrante.

Infatti la macchina da presa produceva un ronzio che non doveva entrare nella presa sonora e inoltre il suono doveva essere registrato da dei microfoni che circondavano la scena.

Questo fece sì, che dopo le avanguardie e movimenti di macchina spettacolari come quelli che negli anni ‘10 avevano caratterizzato film come “Cabiria” (film di fasci, per fasci, ma a quanto si dice orgoglio italiano) o anche la produzione di Griffith.

Solo negli anni ‘30 si riuscì a ovviare a questi problemi, ma intanto i problemi erano molti.

Uno dei più famosi musical della storia del cinema (oltre che a uno dei più belli e più divertenti e più con Gene Kelly) è “Singing in the rain”, classe 1952, firmato dalla sfarzosa MGM e diretto dallo stesso Kelly in compagnia di Stanley Donen.

Nella prima sequenza che vi facciamo ascoltare, l’attrice Lina non riesce ad adattarsi, come molte star che caddero nel dimenticatoio, all’avvento del sonoro.

Uno dei punti focali della trama del film infatti è che Lina non ha una voce adatta a cinema parlato.

Un esempio molto divertente, se non fosse che diverse attrici con l'avvento del sonoro vennero letteralmente fatte fuori.

Prima della sentenza Paramount del 1948 infatti (di cui magari parleremo in un altro episodio) gli attori venivano messi sotto contratto per la durata di 7 o 14 anni ed erano dei veri e propri “impiegati” delle case di produzione.

Uno degli esempi più tristemente famosi è quello di Clara Bow, l’attrice che ispirò il personaggio di Betty Boop, che venne distrutta (presumibilmente dalla sua casa di produzione) quando la sua segreteria affidò il suo diario alla stampa. L’attrice decise di ritirarsi dalle scene e finì dritta in manicomio.

CAPITOLO. 3 “Nonsense song”

L’introduzione del sonoro inoltre venne osteggiata da molti. Il primo tra tutti? Charlie Chaplin.

Secondo il simpatico vagabondo infatti l’arte del fare film si era perfezionata sulle immagini e sulla loro universalità mentre con il sonoro il cinema avrebbe smesso di essere arta fondata solo sulla visione e avrebbe fatto un passo indietro a livello linguistico, diventando presumibilmente semplice mimesi della realtà.

Se il cinema negli anni ‘20, grazie soprattutto all’uso che ne avevano fatto le avanguardie, era diventato arte, ora molti lo vedevano come una “degradazione”.

Quando Chaplin fa uscire “Modern Times” siamo nel 1936 e la transizione al sonoro è già bella che avvenuta. Eppure, il film di Chaplin è muto: o meglio, quasi.

Le uniche voci che sentiamo fino alla sequenza finale sono mediate da delle tecnologie (radio, grammofoni e chi più ne ha più ne metta).

Il discorso di Chaplin è chiaro: le macchine per lui rappresentano il cinema sonoro mentre l’uomo è legato al cinema muto.

Ora, Chaplin non era stupido, sapeva che avrebbe vinto la macchina: eppure voleva ricordare, in grande, il potere della pantomima.

Pantomima che non avrà più spazio nel cinema sonoro.

Questo è infatti l’ultimo film di Charlot, del personaggio del tramp (vagabondo) che era stato tanto amato negli anni precedenti da rendere Chaplin il primo attore cinematografico a cui era stata dedicata la copertina del Time.

Chaplin è abbastanza ricco da prodursi il film da solo e come vuole: un qualcosa di molto raro ai tempi della Hollywood “dorata”.

Nel nostro flusso vi proponiamo la scena finale di questo film, la “nonsense song”.

E’ la prima volta che Charlot parla: un evento secolare. Eppure non dice nulla di sensato.

Come ci ricordano anche le didascalie che accompagnano la scena (“Never Mind the words”) Chaplin afferma con determinazione che al cinema non sono importanti le parole ma i gesti.

CAPITOLO 4. “I am big, it’s the pictures that got small”

Di "Sunset Boulevard" parleremo molto.

Si, perché oltre a essere insieme a "Singin in the rain" uno dei film più pertinenti al tema che stiamo trattando, è anche un capolavoro.

Se non vi fidate di me, fidatevi di David Lynch, che lo ha inserito nella top 3 dei suoi film preferiti.

Ma diciamo qualcosa di più.

Sunset Boulevard esce nel 1950 per la Paramount (che in quel periodo aveva un po’ di gatte da pelare visto che era stata presa come capro espiatorio dal governo per tutti i mali di Hollywood o almeno quelli a livello economico).

Il regista è anche uno dei più grandi sceneggiatori della storia del cinema aka palesemente non è americano, ma è tedesco, espatriato anche per colpa di Adolfo.

Si tratta di Billy Wilder, allievo di un altro grande tedesco espatriato di cui parleremo più tardi, Lubitsch.

Il primo allarme che ci indica che siamo davanti a un capolavoro è proprio il cast:

Gloria Swanson, attrice protagonista, interpreta sé stessa sotto le mentite spoglie di Norma Desmond (no, Inarritu in Birdman non si è inventato niente).

La Swanson era infatti una grande stella del muto, decaduta per colpa dell’avvento del sonoro dopo il colossal “La regina Kelly” del 1928 (della cui produzione si era occupata lei stessa, insieme a un certo J. Kennedy che oltretutto si dice l’abbia costretta a diventare la sua amante).

Volete sapere il regista di questo ultima grande battaglia contro il tempo?

Erich von Stroheim, uno dei tre più grandi registi del muto di Hollywood, o come viene chiamato nel film Max von Mayerling.

I personaggi che interpretano sé stessi però non finiscono qui. E se per i due principali il nome è stato cambiato, abbiamo un freschissimo DeMille che oltre alla faccia ci mette il nome e diversi cameo tra cui un Buster Keaton che gioca a carte con Norma, ovviamente con la faccia sera.

In questa prima scena sonora, la protagonista esprime tutto il suo rancore verso i produttori e gli sceneggiatori che continuano a scrivere parole.

Infatti l’avvento del sonoro legittima quella che prima era considerata una professione minore: quella degli screenwriter, che nella golden age Hollywoodiana sono soprattutto giornalisti, più abituati a tempi di scrittura veloci e più propensi a rinunciare alle loro pretese artistiche.

P.S notare la differenza degli stili di recitazione in questo film, studiatissima come tutto e che colonna sonora ragazzi capolavoro ma che ve sto a di ma ditemelo subito se trovate un film così bello mo quasi quasi interrompo questa stesura e me lo vado a rivedere mi sto emozionando.

CAPITOLO 5- “The artist”

Ok vi sto abituando alle spiegazioni da papiro invece qui sarò breve e concisa. Questa che ascoltiamo è la scena finale di “The artist”. Il più recente della puntata di oggi.

Il film infatti esce nel 2011, diretto da Michel Hazanavicius e di produzione francese.

La pellicola fece il pieno di Oscar e venne vista in tutto il mondo come un “manifesto d’amore per il cinema di tutto il mondo e di tutti i tempi”.

La storia è essenzialmente quella di Valentin, un divo del muto, che rifiuta il sonoro.

Il film è quindi quasi del tutto “muto”; se non fosse per la scena finale che vi proponiamo qui (e la sequenza onirica temporalmente precedente nella timeline del film).

Nella scena finale infatti Valentin, grazie all’aiuto dell’attrice Peppy, trova un nuovo genere adatto alle sue corde: il musical.

Un genere che, inutile dirlo, nasce con il sonoro e viene reso possibile da esso.

La casa di produzione che ne diventerà l'emblema? Ovvio, la MGM aka quellichehannoprodotto”ilmagodioz”.

Nella scena finale inoltre è chiaro il riferimento ai due ballerini più famosi della RKO (si, quelli che hanno prodotto King Kong e Quarto potere e quelli della torre su cui si arrampica Frank N Furter in The Rocky horror picture show): Fred Astaire e Ginger Roberts.

CAPITOLO 6. “Il silenzio è d’oro”

In questa scena parliamo “del cinema di prima”. Nella scena che viene mostrata infatti siamo ancora nell’ambito di un cinema che viene accomunato a un’arte circense, che non ha una sua autonomia, in cui un imbonitore deve spiegare agli spettatori cosa sta accadendo sullo schermo in modo che questi possano capire quel linguaggio tanto nuovo.

In questo film del 1947, René Clair urla a gran voce il suo amore per il muto e per il cinema e raccoglie l’eredità di grandi registi francesi come Vigo e Epstein.

Clair vorrebbe tornare alle origini e al muto per ritrovare lo stupore che si vedeva in Mélies.

Claire tornava appena appena dall’america e la Francia era distrutta dalla guerra.

Questo film, questo agglomerato d’amore, era il suo modo di aiutare.

CAPITOLO 7. “Singing in the raaaain”

Qua potrei dire tante cose sul musical e sulla storia del musical ma vi ho già detto abbastanza e la verità è che sta canzone mi mette allegria e Gene Kelly e un bono e insomma il film vi ho già detto perché c’entra quindi ballate e non rompete i coglioni.

No ok scherzavo due cose ve le dico tipo che molte delle canzoni di questo film in realtà sono riciclate perché esistevano già in altri contesti risalenti alle origini del sonoro (come per esempio i successi di Brown e Freed) e sono state riciclate dagli sceneggiatori che decisero però di farle coincidere con la storia il più possibile (scrivendo quindi parte della sceneggiatura in funzione di esse).

Fanno questa cosa ovviamente per risparmiare come al solito ma anche per compiere un’operazione di recupero nostalgico che si collega bene al tema del film.

Ah poi Gene Kelly non è sempre questo adorabile coglione che vediamo qui, per esempio qualche anno prima gira “E’ sempre bel tempo” (vi giuro si chiama veramente così ma purtroppo non so dirvi se Gene Kelly avesse qualche tipo di patologia decadentista collegata al meteo), un film in cui c’è un aspro commento sulle frustrazioni maschili dopo la seconda guerra mondiale ma insomma basta andiamo avanti.

Ah vabbé e ovviamente il musical era il genere che vendeva di più, incredibile ma vero.

CAPITOLO 8 “There just aren’t any faces like that anymore”

Torniamo al mio amatissimo Sunset Boulevard, questa volta con un focus ulteriore sul lato divistico del cinema muto e delle conseguenze del passaggio al sonoro.

In questa scena, Norma Desmond parla di “faces”: un dato molto significativo considerando che la nascita dello star system è resa possibile dalla nascita dei primi piani.

Nel cinema delle origini infatti non c’erano delle star, le figure umane venivano riprese a distanza e per intero e di fronte ai primi tentativi di primo piano (tra cui ricordiamo per esempio il celebre - reso tale anche grazie alle citazioni successive- primo piano di “The great train robbery”, che gli esercenti potevano inserire all’inizio o alla fine del film) il pubblico aveva reagito con paura o richiedendo indietro i soldi del biglietto.

Ma nessuno può fermare il progresso: complice anche il fatto che il cinema narrativo fosse produttivamente più controllabile (e quindi più conveniente) rispetto al documentario, si sviluppano delle “character-centred narrative” in cui il primo piano diventa fondamentale sia per la chiarezza narrativa che per quella che viene definita la sua “funzione catartica”.

L’arte del cinema, almeno fino agli anni ‘30, è un’arte del volto: il cinema si fa con i primi piani e con le facce.

Facce che, come abbiamo già detto, cambiano durante la transizione al sonoro.

Ma c’è una star, una delle poche, che riesce a sopravvivere al sonoro: Greta Garbo.

CAPITOLO 9: “Garbo laughs”

Facciamo una digressione di qualche anno. Greta Garbo è una delle stelle della MGM, presa direttamente dalla Svezia per entrare nell’immaginario erotico di migliaia di americani.

La star image della Garbo all’epoca del muto è fortemente legata al suo non essere americana.

La Garbo è esotica, la sua figura è costruita su un misticismo romantico, tanto che l’attrice diventa una delle icone principali della “European Otherness”, cioè di quei canoni di bellezza che gli americani consideravano misteriosi.

La Garbo, dicevamo, è una delle poche a sopravvivere al sonoro (a farla licenziare ci penserà però la seconda guerra mondiale e la chiusura al mercato europeo).

Come fa?

Innanzitutto, la Garbo aveva una bella voce, quindi non c’era motivo di tagliarla fuori, anzi: nei manifesti dei suoi primi film sonori si mette molta enfasi sul fatto che il pubblico finalmente sentirà la voce della star, che per molti anni era stata solo immaginata.

Poi, la star image della Garbo cambia totalmente.

Da quel fascino misterioso di cui dicevamo prima, la Garbo comincia a ridere.

La transizione avviene grazie al film “Ninotchka!”, del 1939, della solita MGM, e diretto da il già citato (anche se mai abbastanza) Ernst Lubitsch, che passò alla storia come il primo regista europeo a Hollywood.

Siamo davanti a un vero e proprio rebranding della star image e nei manifesti pubblicitari viene data molta enfasi al fatto che la Garbo rida per la prima volta.

CAPITOLO 10. “Make ‘em laugh”

L’altro film ricorrente di questa puntata, avrete capito, è Singing in the Rain.

In questa particolare scena un sorridente Donald O’ Connor ci parla indirettamente dei cambiamenti della comicità nel passaggio dal muto al sonoro.

Qualcosa in proposito abbiamo detto parlando di Chaplin.

Il genere di comicità più amato negli anni ‘20 era infatti lo slapstick (basato su gag fisiche) di cui erano esponenti lo stesso Chaplin, Lloyd e Keaton.

Keaton e Chaplin avevano iniziato alla Keystone, la compagnia di produzione di Mack Sennet, il primo a comprendere la potenzialità del cinema comico e a usare il montaggio in senso ritmico-comico.

Dopo l’introduzione del sonoro il comico prende una piega decisamente diversa: ricordiamo per esempio le screwball comedy di Capra in cui compaiono personaggi eccentrici e uno dei temi ricorrenti è la guerra dei sessi.

In generale, il dialogo tende a prevalere su quella comicità forse più universale (il problema delle barriere linguistiche sarà uno dei più complicati da risolvere per il nuovo cinema) legata al spingere oltre le sue possibilità il corpo.

CAPITOLO 11. “Mr De Mille, I’m ready for my close-up!”

Chiudiamo questa nostra prima puntata con una delle scene più belle della storia del cinema: la scena finale di Sunset Boulevard.

Non ho molto da dirvi di più, posso solo ammirare la potenza drammatica di questa scena e la sua bellezza e boh rega io studio cinema e voglio fare cinema perché esistono momenti come questo che potenza.

Grazie per essere stati con noi in questo primo amorevole saccheggio per scopo PURAMENTE DIVULGATIVO da lezioni di cinema e manuali e memoria collettiva e ricordate che si tendiamo sempre a citare il cinema come arte visiva o molto più raramente (ma questo è il nostro caso) sonora, ma è un’arte audiovisiva quindi non fate le capre e guardatevi li filmi ciaooooo